Patrimoniale liberale, modesta proposta
Domanda e risposta. Non ci può essere sviluppo se non c’è domanda e non ci sarà mai domanda se gli italiani non avranno in tasca soldi da spendere. Il problema non è quindi quello di togliere soldi dalle tasche degli italiani, deprimendoli, ma quello invece di metter soldi nelle tasche degli italiani, smuovendoli dal sonno di pietra in cui sono caduti. A questo proposito, i progetti sono due, che chiameremo “Dell’Arti grande” e “Dell’Arti piccolo”. di Giorgio Dell’Arti Lettori del Foglio on line, cosa ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner, Twitter, o Facebook

Dell’Arti grande. Nel progetto “Dell’Arti grande”, il governo vara per decreto un prestito forzoso che le banche devono erogare, sotto forma di mutuo, ai possessori di case, siano essi persone fisiche o giuridiche. I possessori di case hanno l’obbligo, in base alle norme stabilite dal decreto, di contrarre il prestito presso le banche accendendo ipoteca di primo o di secondo grado su ciascuna loro casa per una quota pari al 20 per cento del valore dell’immobile. La metà dei soldi riscossi in questo modo andrà direttamente ad abbattere il debito pubblico. L’altra metà resterà nelle mani dei cittadini, che potranno spendere a loro piacimento le somme ricevute. Durata del mutuo: cento anni. Interessi a carico dello stato. Al cambio di proprietà, o per vendita o per eredità, obbligo di estinzione del mutuo. I cento anni sono dunque un escamotage per tenere bassa la rata del rimborso. I bond a cento anni (“matusalem bond”) non sono una stravaganza, stanno anzi prendendo sempre più piede. Gaz de France Suez ne ha emesso uno proprio adesso da 300 milioni.
Un esempio. Secondo i dati di Bankitalia, riferiti al 2009, gli italiani possiedono ricchezza immobiliare per 5.800 miliardi (facciamo 6.000), con 29,6 milioni di case (facciamo 30 milioni). Valore catastale medio di ciascuna casa 51.000 euro, valore di mercato 190.000 euro (facciamo 200.000). Il cittadino medio che possiede una casa media da 200 mila euro va dunque in banca e ha il diritto, accendendo un’ipoteca sul 20 per cento del suo immobile, di riscuotere 40 mila euro. La metà di questa somma andrà direttamente dalla banca al conto corrente deputato all’abbattimento del debito (è una metafora). L’altra metà – 20 mila euro – gli resterà in tasca da spendere. Restituzione in cento anni, interessi a carico dello stato, dunque poche migliaia di euro l’anno, e magari a partire dal 2013. In totale si metterebbero in tasca agli italiani 600 miliardi – tutti da spendere – e si abbatterebbe di altrettanto, in un tempo predeterminato, il debito pubblico. Gli interessi da pagare da questa parte sarebbero compensati dagli interessi risparmiati dall’altra parte. Piccolo, o forse grande, impulso all’edilizia, perché questo strano prestito forzoso riguarderebbe solo gli immobili costruiti fino al 31 dicembre 2011. Poiché le banche e la finanza internazionale potrebbero aver difficoltà a reperire tanto capitale in pochi mesi, cinque o sette anni di tempo per completare l’operazione (cioè posso ottemperare all’obbligo di contrarre il mutuo fino al 2017 o fino al 2019). Il piano relativo all’abbattimento del debito può però essere presentato, intanto, alle istituzioni europee, forse con qualche vantaggio per lo spread.
Sanzioni. Il cittadino può rinunciare da subito al prestito versando allo stato il 12 per cento del valore dell’immobile (patrimoniale pura, destinata integralmente ad abbattere il debito). Il cittadino che, passato il periodo stabilito, non avesse ancora contratto il mutuo, dovrebbe versare l’intero 20 per cento nel conto corrente del debito pubblico.
Dell’Arti piccolo. Il progetto “Dell’Arti grande” è forse troppo ambizioso, il governo non ha magari la forza politica per un’operazione di queste dimensioni. Si potrebbe allora ricorrere al progetto “Dell’Arti piccolo”: si obbligano i cittadini possessori di case a chiedere, e le banche a concedere, un mutuo di primo o secondo grado sul 5 per cento del valore degli immobili. Nessun soccorso al debito pubblico, che si estinguerà secondo le tabelle previste da Tremonti. Trecento miliardi di euro, invece, nelle tasche degli italiani, sempre a tasso zero e da restituire in un secolo, salvo cambio di proprietà. Ripeto: trecento miliardi da spendere, e magari da spendere con una carta di credito speciale riferita a conti correnti costruiti ad hoc (vogliamo magari anche mettere della pubblicità a pagamento sul retro della carta di credito?). Tutto il resto (sanzioni ecc.) sarebbe simile al “Dell’Arti grande”.
Qualche considerazione. Non nascondiamoci che, nel caso del “Dell’Arti grande”, trasferiremmo una quota del debito alle famiglie. Si tratta di un’operazione immorale? Sostengo di no: se le case, comprate a 10 tanti anni fa, valgono adesso 100, è anche per merito del maledetto stato e dei debiti che ha contratto. Mentre lo stato si indebitava, noi cittadini italiani non stavamo da un’altra parte (non è qui questione di destra o sinistra). Dunque niente di strano se adesso, in una situazione di emergenza finanziaria e nella necessità di scuotere uno sviluppo stagnante, ce ne facciamo carico almeno per un po’. Seconda questione: si farebbe, con i due progetti, violenza alle banche. Banche e finanza internazionale avrebbero da guadagnarci, perché c’è una solida ipoteca, il mutuo è garantito, e gli interessi possono essere variabili nel tempo lungo. Niente da festeggiare, ma tutti devono partecipare alla festa portando a cena qualcosa. La funzione delle banche e della finanza, in condizioni sicure e garantite, è di prestare i soldi ai cittadini e alle imprese senza troppo fiatare, e di trovarli questi soldi, per i cittadini e per le imprese, invece che per se stesse (e si finanzino anche con la Bce e il Fmi, e per ricapitalizzarsi vadano dai loro azionisti o vendano, loro sì, pezzi di patrimonio). Terza questione: in tutto questo giro, neanche una lira è prevista per lo stato fiscale, cioè per quel “circolo vizioso di privilegi, coalizioni di interessi e veti” (Draghi) che ci tiene in ostaggio. Ma lo sviluppo e il lavoro finanziano l’erario, riducono il debito pubblico. E in che altro modo si potrebbe spingere la ripresa, se non inducendo un trauma positivo da domanda? In un momento come questo, quel tanto di inflazione che forse ne verrà è poca cosa. Lo dicono solo Krugman e Posen, ma lo sappiamo tutti che senza un po’ d’inflazione non si riparte.
di Giorgio Dell’Arti
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